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La cultura religiosa per i laici

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Semeria con Fogazzaro e gallarati Scotti

Intanto, nell’attesa che il clero prendesse coscienza dei grandi stravolgimenti avvenuti nella cultura del secolo per poter adeguatamente prepararsi a rispondere a quell’ondata di sfiducia, di irreligiosità, e di razionalismo imperante, che travolgeva l’Europa di fine Ottocento, pensò di lavorare alla costruzione, dalle fondamenta, di una cultura religiosa per i laici, realizzando – fra i primi – il progetto di una Scuola Superiore di Religione a Genova, nel novembre del 189728;  una scuola che, oltre a fornire una conoscenza ampia e profonda delle scritture, dei testi essenziali del Magistero, desse modo ai cristiani di spaziare, anche, verso gli studi storici, letterari e filosofici contemporanei. Dal Fogazzaro al Von Hügel, da Giulio Salvadori a M. Blondel29 .

Cristo è sempre su tutte le grandi vie dell’umano progresso…

Rispondendo alle esigenze dei giovani intellettuali cristiani – i quali rifiutavano l’accusa di demolire una fede che, spesso credulità, sempre più risultava al vaglio della storia, frutto di incoscienza, incoerente, e talora addirittura puerile”30 – si poneva con la sua scuola l’obiettivo della di dimostrare che “Cristo è sempre su tutte le grandi vie dell’umano progresso – amico di ogni verità scientifica, d’ogni bellezza estetica, d’ogni onesta libertà, d’ogni equa rivendicazione sociale.”31

L’ora è davvero molto grave, il laicato può e deve far sentire che il cattolicesimo è …

“L’ora è davvero molto grave – scrive in una lettera a Tommaso Gallarati Scotti – il laicato può e deve far sentire, senza ribellione, ma far sentire che il cattolicesimo è ben più largo e più vivo di quello che si vien riducendo nella esposizione di tanta intelligenza gretta “; quella che vede la Chiesa immedesimarsi “con una cultura vecchia, rancida, medioevale”32.

Non mancarono, però – insieme ai tanti entusiasmi33 – le critiche – spesso aspre – della “Civiltà Cattolica” che, in una nota del P. Rosa – pur confermando il favore all’iniziativa decretato dal pontefice Pio X con l’enciclica “De sacra doctrina traenda” del 1905 – lamentava un uso improprio e fuorviante delle Scuole ad opera di “Sacerdoti … religiosi, conferenzieri …(che) – ribadiva – trasformano la scuola di religione e l’apologetica del Cristianesimo quasi in un’apologia o apoteosi di filosofi e romanzieri … o peggio conducono alla scuola del Santo”34.

Era chiara, fin troppo, l’allusione al barnabita, che aveva tenuto, a Genova, tre “letture” sul romanzo del Fogazzaro messo all’indice nel 1906.

———–

28. S. Trentin “Profilo di Storia della Chiesa Italiana dall’Unità ad oggi” in R. Aubert, H. Hajjar, J. Bruls, S. Tramontin “La Chiesa nel mondo moderno” vol. 5, parte II, Marietti, Torino 1979, pag.431; C. Corsanego in “Numero Unico” per le onoranze a Padre Semeria, Sanremo, 12 febbraio 1928, pag 29. Sull’importanza delle scuole superiori di religione per laici, che, secondo i padri conciliari hanno “già recato ottimi frutti”; vedi anche: “Apostolicam auctuositatem”, 32.c.
29. Anticipava, così, una delle novità più interesanti del Concilio, quella che – auspicando una religiosità sempre più attiva e cosciente, consapevolmente critica – definisce “desiderabile che molti laici acquistino una conveniente formazione nelle scienze sacre e che non pochi tra loro si diano di proposito a questi studi e li approfondiscano con mezzi scientifici adeguati” (Gaudium et Spes 62.g)
30. “ Essa (la fede) è già svanita dal mondo moderno appunto perché la si volle rendere e si vuole mantenerla puerile” scrive Mattia Federici in una lettera a Loisy del 9 novembre 1904 (in: M. Guasco “Alfred Loisy in Italia” Giappichelli, Torino 1975, pag. 253). Lo stesso barnabita aveva, d’altronde, precisato “La nostra fede! Fede, badate, non credulità. C’è un abisso tra le due cose, per quanto molti le scambino. … Il mondo non ha questa fede.” (Padre Giovanni Semeria “Le epistole delle domeniche” O.N.M.I. Roma – Milano 1938, pag. 69.
31. P. Giovanni Semeria “Le vie della fede”, op. cit., pag. 125.
32. Giovanni Semeria “Lettere a Tommaso Gallarati Scotti” op. cit., pagg. 5 e XV. La consapevolezza che solo portando a tutti i cristiani la conoscenza dei testi essenziali della fede si sarebbe potuto far superare alla Chiesa quella crisi religiosa che finiva per esprimersi in un devozionalismo acritico e bigotto, lo portò, anche, ad organizzare – con don Clementi e Padre Genocchi – la prima idea di divulgazione dei Vangeli in Italiano (di cui curò, peraltro l’introduzione), e in un’edizione che fosse popolare (realizzata dalla Pia Società San Girolamo) per renderne più facilmente accessibile la lettura nelle famiglie. (L. Bedeschi “Le Marche sotto il profilo riformatore” in “Centro Studi per la Storia del Modernismo” “Fonti e Documenti” vol. 22-24, Istituto di Storia dell’Università di Urbino, 1993-95, pag. 253). Sull’argomento vedi anche: P.E. D’Angelo “Vangelo e Bibbia in italiano” in “Palestra del Clero”, Roma, 1 giugno 1964.
33. “Lettre d’Italie” in “Revue Biblique” a. XII (1904) vol.. I, pag. 152; G. Gentile “Il modernismo e i rapporti fra religione e filosofia” Laterza, Bari 1921, pag. 9
34. G. Mesolella “P. Giovanni Semeria tra scienza e fede” Edizioni Dehoniane, Roma 1988, pagg. 151-152. Per la citazione del P. Rosa vedi P. E. Rosa “Per le scuole di religione” “Nota” in “Civiltà cattolica” a. 1906, vol. I, pagg. 88-92. Questa nota sembra essere anche una risposta all’articolo “per la fese religiosa in Italia” del Semeria, pubblicato in “Studi Religiosi a. V (1905), pagg. 337-364.

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