La carità e l’Opera in favore degli orfani

Nell’azione s’illumina il pensiero, e non illumina solo, comunica efficacia, autorità…

“Nell’azione s’illumina il pensiero – aveva, infatti, scritto – e non illumina solo il pensiero, comunica efficacia, autorità alla parola …. Bisognava dare a quelle parole, perché fossero efficaci, il suggello infrangibile di una sincerità indubitabile …- e lui lo fece perché – ….la prova classica della sincerità di chi parla è ciò che egli fa.”136

Ai Discepoli, agli amici, ai collaboratori – chiedeva un amore particolare per la carità fatta di opere concrete, un amore fondato sulla dedizione totale137, e – dal momento che “alla Chiesa, mancano soldati, non terre da conquistare”138 – che avessero, sempre – il giusto entusiasmo, sufficienti energie per rispondere alle necessità del bisogno.

Amici ne abbiamo quanto basta per dirigere la nostra operosità, Lavoriamo … 

Esclamava “Amici ne abbiamo quanto basta per dirigere la nostra operosità … Lavoriamo, laboremus, lavoriamo a quel progresso morale degli individui e dell’umanità che non potrà essere maturo nella eternità se non siasi iniziato qui nel tempo139.

L’impegno di carità verso i più deboli gli porterà, negli ultimi anni, ampi riconoscimenti.

Di lui parla Don Sturzo come di una figura di “meridionalista esemplare”140, confermando il giudizio di Giustino Fortunato141 e della stessa “Civiltà Cattolica” che, dopo le tante amarezze del periodo romano – riferendosi all’azione educativa e sociale svolta dall’Opera Nazionale nelle regioni più abbandonate – scrive decisa:“Ecco un’opera di vera ricostruzione”142, ma la conferma, concreta, che la sua carità fosse frutto di una scelta paolina, coerente e sinceramente cristiana, ci viene dall’impegno morale e cristiano assunto dall’Opera verso le giovani generazioni. Un’Opera di carità che, dal 23 gennaio 1921 – in oltre mezzo secolo – si realizza nell’essere al servizio della Chiesa, di quanti vivono nel bisogno, esprimendo una testimonianza, viva di quello che può, e deve essere, un pensiero veramente cristiano e moderno.

L’Opera, germoglio di una spiritualità sempre vicina alle esigenze del tempo…

Un’Opera che, a tutt’oggi, può vantare: 26 istituti di educazione, 43 scuole materne, 8 case per anziani, 2 centri giovanili, due case di soggiorno e spiritualità, 2 scuole magistrali, 10 scuole elementari, 2 collegi universitari, e – germoglio di una spiritualità sempre vicina alle esigenze del tempo – una missione a Haquaquecetuba, nelle terre più povere dell’immenso Brasile143.

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118. P. Giovanni Semeria Prefazione alle “lettere pellegrine”, op. cit., pagg. V-XI.
119. P. Giovanni Semeria “Forme pratiche di solidarietà operaia” in G. Mesolella “P. Giovanni Semeria tra scienza e fede”, op. cit., pagg. 262-263.
120. Questa, come giustamente chiarisce don R(omeo) P(anzone), “non è stata pensata – però – come un ente di chiesa, come una istituzione canonica, ma come una persona giuridica costituita secondo le leggi dello Stato per operare sul territorio nazionale. L’Opera non è – quindi – né Stato né Parastato: è un organismo fondato sull’iniziativa privata per svolgere una funzione pubblica in nome proprio, con propria autonomia”: (R. Panzone “Due anime una via” in “Evangelizare” a. XIII n. 4, aprile 1984, pag.19).
121. “La famiglia dei Discepoli”, fondata dal Minozzi nel 1930, insieme con la Pia associazione della “Ancelle del Signore”, fondata nel 1940, fu tra le prime realtà spirituali a collaborare, attivamente, alla realizzazione degli ideali dell’Opera e ad essa i fondatori lasciarono la responsabilità di proseguire la loro missione. Entrambe ebbero, infatti, una coerente collocazione nel servizio agli orfani essendo state costituite con il fine precipuo di avere una “predilezione assoluta per i poveri, per i fratelli più poveri delle regioni più abbandonate” (Cost. art.2) Vedi, al proposito: “Padre Giovanni Minozzi fondatore” in Romeo Panzone “Tratteggio d’anima” (Numero speciale) di “Evangelizare” a. XXVIII, n. 8, agosto 1989, pag. 17.
122. P. Giovani Semeria “Leggendo il “De docta ignorantia” del card. Cusano e meditando” in “Saggi ….Clandestini” vol. I, op. cit., pagg. 127 e 131.
123. P. Giovanni Semeria Prefazione alle “lettere pellegrine”, op. cit., pag. III.
124. Lo stesso Giustino Fortunato, come ricorda l’amico Minozzi, “non cercava, non voleva più quasi neppur lavori per le sue terre, lavori pubblici che si risolvevano in uno sperpero stolto per ingrassare i profittatori svergognati”. (Giovanni Minozzi “Giustino Fortunato” Quaderni del Centro Studi Minozziani, Potenza 1998, pagg. 19).
125. P. Giovanni Semeria Prefazione alle “lettere pellegrine”, op. cit., pag. 5.
126. P. Giovanni Semeria Prefazione alle “lettere pellegrine” , op. cit., pag. 9.
127. P. Giovanni Semeria Prefazione alle “lettere pellegrine”, op. cit., pagg. 9-10.
128. P. Giovani Semeria “Cicero pro domo mea: cioè per i suoi orfani” in “Strenna del Circolo San Alessandro di Genova” a. 1921, pag. 16.
129. P. Giovanni Semeria “Il pane del vangelo e i vangeli del pane” O.N.M.I., Milano 1937, pag,106.
130. P. Giovanni Semeria “Il pane del vangelo e i vangeli del pane”, op. cit., pag, 9.
131. G. Vallese “P. Semeria servo degli orfani di guerra ” in “Le parole e le idee” Napoli, 1967, n. 3-4, pagg. 185-188.
132. V. Cilento “Discorso su Padre Semeria”, Roma 1969, pag.12 Il Padre Felice M. Sala ricorre ad un’altra espressione altrettanto efficace che merita di essere menzionata; nel “Fra Galdino in cerca di noci – scrive, infatti – alla teologia del pensiero subentrava la teologia della carità”.(Felice M. Sala “Padre Semeria” in Barnabiti ieri e oggi” Numero unico edito in occasione del 450° dell’approvazione pontificia dell’Ordine dei Barnabiti”, op. cit., pag. 73).
133.Tra gli studiosi, invero, la discussione su questo punto – e cioè se il secondo (o terzo!) Semeria, quello della carità, per intenderci, sia stato, o meno, la naturale evoluzione del primo, l’oratore, quindi, e lo studioso di critica biblica – è tutt’altro che conclusa. Se, infatti, il Cavaciuti concorda scrivendo che “per il Semeria “la scienza” , la “sua scienza”, era in fondo “carità” (S. Cavaciuti “Il concetto semeriano di Filosofia (II)”, op. cit., pagg.148-149) seguito da Valeria Lupo (V. Lupo “L’itinerario spirituale di Padre Semeria (parte I)”, op. cit., pag. 614) per il Minocchi , invece, il vero Semeria è quello della critica biblica, convinto più tardi alla “resa” da don Minozzi, “prete affarista” (S. Minocchi “Memorie di un modernista” Vallecchi, Firenze 1974, pag. 152). Mons. Erba scrive che la sola chiave di interpretazione utile per comprendere il pensiero e l’opera del Padre è da ravvisare nella profonda spiritualità (A. M. Erba “Una fede “antica” un pensiero attuale” in “L’Osservatore Romano” a. CXXIX, n. 81 del 7 aprile 1989) mentre don Romeo Panzone, ricorda un apostolo della carità che consuma sé stesso nell’opera a favore dei poveri, degli abbandonati. E’ lei, la Carità verso gli orfani, – scrive, sulle orme del Minozzi (Minozzi P. G. “Padre Giovanni Semeria” O.N.M.I. Roma – Milano 1976), che del Barnabita fu amico e “fratello” – “il filo d’oro che raccoglie ad unità profonda le opere del vario ingegno semeriano e le anima e le segna inconfondibilmente… ; – il riferimento più coerente – per “misurarne la grandezza singolare .. e per risentirne la vicinanza esemplare” (R. Panzone “Apostolo della Carità” in “Evangelizare” “Nel centenario della nascita di P. G. Semeria (1867-1967)”, numero speciale, agosto 1967, pagg. 49-56). Su quest’ultima ipotesi vedi anche: G. Vita “Padre Semeria apostolo della cristiana carità” in “Evangelizare”, Roma, marzo 1989, fasc. 3, pagg. 11-17.
134. S. Pagano “Il “Caso Semeria” nei documenti dell’Archivio Segreto Vaticano” in “Barnabiti – Studi” n.6 (1989), pag. 14. Su un’ipotesi che vede nel Semeria padre degli orfani una “resa” del Semeria intellettuale e profeta alle persecuzioni della gerarchia vedi anche: L. Bedeschi “L’esilio di Padre Semeria (Da uomo di cultura a uomo di azione)” in “Humanitas”, Morcelliana, ottobre 1967, pagg. 1035-1061. Certo è che a leggere le “Quattro lettere inedite del P. Giovanni Semeria a Mons. Giuseppe Alessi” (a cura di G. Biasuz) su “rivista di Storia della Chiesa in Italia”, luglio-dicembre 1967, pagg. 490-501) s’intravede, fin dai tempi giovanili de “L’Ora presente”, a Roma, nel barnabita, la consapevolezza che stesse camminando su un campo minato – quello della critica biblica – e che ciò avrebbe potuto portarlo – prima o poi – ad avere spiacevoli imprevisti. Il suo obiettivo era, comunque, quello di continuare a studiare, a scrivere, “finché non mi rompano caritatevolmente le gambe ….- scrive- …e allora, solo allora, andremo a insegnare l’abbecedario o tutt’al più la grammatica, oppure in una curia a far da comparroco, a consolare qualche afflitto, assistere qualche moribondo, riasciugar qualche lagrima … che è ancora il meglio che si possa fare in questo povero mondo, certo meglio che seccare il prossimo per troppo zelo”.

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